martedì, 30 settembre 2008
 

IL LAMENTO DI VETRALLA RICORDA LA DE FILIPPI PIU' CHE PHILIP ROTH.


Si fa un gran parlare di reality book, ossia di un libro in cui la voce narrante, il protagonista autobiografico, metterebbe in gioco se stesso, la propria vita, i propri sentimenti, il mondo in cui vive, le persone che lo popolano. A me sembra un modo con cui la letteratura si illuda di stare al passo con i tempi della società dello spettacolo, ma il premio Dessì ha pure dedicato una tavola rotonda all'argomento. Ci sono almeno due casi eclatanti, il romanzo di Mauro Covacich, “Prima di sparire” e l'esordio di Francesco Ceccamea, allievo di Massimo Onofri, “Silenzi vietati” (di romanzi come quello di Walter Siti “Troppi paradisi” si parla di capolavoro, non di reality o cosa). Se nel primo caso siamo dalle parti di un format alla Maria De Filippi, con il protagonista che si sente “tronista” e racconta l'innamoramento per un'altra donna e l'abbandono della moglie, nel secondo caso siamo oltre, siamo in un reality andrologo, in un grande bordello dell'autoerotismo. Ceccamea, in una forma epistolare, racconta a Onofri, suo professore di liceo, le sue vicissitudini sentimentali e i suoi problemi erotici, mettendo in piazza i propri “cazzi” e quelli di Vetralla. Non risparmiandosi impulsi omoerotici – con tanto di proposta indecente per il professore – e disfunzioni erettili.

Bene, si fa per dire, ora il problema è che i romanzi di questo genere, sotto quale metro, o centimetro, di giudizio possono sottostare? C'è chi ha accostato Ceccamea a Philip Roth, che è come dire che Fabrizio Corona è Silvio Pellico, e il suo romanzo una specie di “Piagnisteo di Portnoy” o di “Lamento di Vetralla”. Entro quali parametri vanno giudicati, belli o brutti? Se sono romanzi, vanno giudicati per quello che sono, romanzi, dunque narrazioni avvincenti nel condurre il lettore in un mondo esterno e/o di senso e /o persino alla scoperta della sua mancanza. Ma se un romanzo ha come sua struttura e cifra narrativa l'apparire più simile a un format televisivo – e neanche in modo antifrastico com'era il “Talk Show” di Luca Doninelli – qual'è il metro di giudizio? La scrittura è ancora finzione o simulazione?

Non so, certo la attendibilità storica, reale, della vicenda narrata, purtroppo, diventa fondamentale.

Se Covacich si rimette con la moglie, noi che abbiamo letto? Un intermezzo? Se Ceccamea si scopre donnaiolo che ce ne facciamo noi dei suoi piagnistei? Ecco, proprio su Ceccamea i soliti maligni mettono in giro voci che, a questo punto, vanno raccolte non come gossip, ma come argomenti a supporto o contro la bontà mediatica di questo romanzo. Ad un premio letterario, Ceccamea era accompagnato – sostiene una fonte che vuole rimanere anonima – da una giovin pulzella che, per la grande meraviglia di chi aveva letto la storia di Ceccamea – sia il libro o i servizi come quello di “Novella 2000” dedicato al paese in cui è ambientato il libro – era in dolce attesa. Certo, ci sono molte spiegazioni. Che la ragazza non fosse sua, che alla sua ragazza fosse stato applicato il metodo “machiavellico” della mandragola o che Ceccamea sia un impostore. Ossia, non abbia tutti quei problemi sessuali di cui dice. Allegria, allora, ma dunque il “Lamento di Vetralla” è una balla bella e buona.


Luca Mastrantonio.


“IL RIFORMISTA” - 29 SETTEMBRE 2008






postato da: francescocecca alle ore 17:03 | Permalink | commenti
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