mercoledì, 06 agosto 2008
Ho letto Silenzi Vietati di Ceccamea perché ho sentito dire che un libro interessante e appartiene a quelle opere (per piccole che siano) che non si può fare a meno di leggere. In realtà è un libro furbo (o furbastro), di una furbizia che mira a colpire il lettore al quale non vuole piacere ma (e qui è tutto quel che ha di buono) piuttosto dispiacere. Io ho fatto fatica a arrivare in fondo (pur trattandosi di 250 paginette) più che per la sua ripetitività (l'argomento unico è l'incapacità del protagonista di avere rapporti con le donne) per l'angoscia che ti comunica, la stessa che provi quando ti incontri e non sei pronto con un caso pietoso. i tentativi di comicità pur evidenti non attenuano la pesantezza e riducono il disturbo. ma chi ha detto che la comicità deve far ridere e sollevare gli animi? E' più vero il contrario e cioé che la comicità è uno strumento di rottura, tanto più efficace quanto più violento, che mira a fare saltare gli equilibri quando è questione di equilibri iniqui voglio dire di convenienza. E Ceccamea in realtà intende spazzare molti equivoci e non a caso divide il romanzo in quattro parti ognuna raccolta intorno a un tema: i temi sono Il grande Prof., Lo Psicologo, La famiglia, La morte e cioé i quattro grandi punti di riferimento cui si aggrappa la vita quotidiana e i cupi binari in cui scorre. E ciuascuno di questi punti (i grandi Numi dell'uomo di oggi) viene massacrato e frantumato e ne viene scoperto e denunciato il risvolto di falsità che contiene a cominciare dalla cultura (Il grande Prof.) e quel tanto di trombonesco che la minaccia, alla miseria della psicologia, all'imbroglio della famiglia, alla superficialità del morire. Tutto bene allora? No, perché il massacro viene portato in porto senza una vera consapevolezza culturale ma sulla spinta di una motivazione che lo avvicina al meccanismo di un giuoco più che all'architettura di un pensiero. Voglio dire che appare più una trovata che un'acquisizione e il lettore non riusciendo a farsi convinto finisce per spazientirsi. E' che se a Ceccamea attribuiamo ambizione alte e cioé di aver voluto disegnare una metafora del mondo odierno non possiamo non dire che ha mancato l'obbiettivo; se invece gli vogliamo riconoscere la più piccola ambizione di avere voluta raccontare la vita in provincia di un giovane intelligente, con le chiusure intellettuali e gli ammodernamenti forzati che caratterizzano la provincia italiana, allora il risultato è interessante (ma in proposito disponiamo di testimonianze più specifiche e convincenti). Quanto poi alla struttura del romanzo e del linguaggio messo in campo (che poi è l'aspetto più importante) si nota che è scritto nella forma di e-mail che il protagonista invia (a ripetizione non controllata) al suo vecchio professore di liceo intanto diventato un noto critico letterario. La forma è indubbiamente originale e collabora positivamente alla destrutturazione del romanzo consegnandogli il valore (e il vantaggio) di struttura aperta. Al quale (valore e vantaggio) un ulteriore aiuto e conferma (gli) viene dal linguaggio che è quello che si usa nei rapporti di conversazione dove proprietà grammaticale e sintattica del dettato viene sacrificata all'immediatezza e efficacia del risultato espressivo. "Nella mia casetta non c'è un bagno e l'intonaco cade a pezzi, mi hanno tagliato la luce e il gas, per questo non posso leggere, non ho un televisore e non mi posso nemmeno suicidare col gas o fottermi il cervello con la televisione. Senza luce, poi, ho problemi a centrare il pitale". Ma di questo linguaggio non c'è ormai romanzo, un pò pretenziosetto che non faccia uso e abuso tanto da averne consumato (finito di consumare) la carica, che pur possedeva, di rottura dell'impianto frastico tradizionale, intanto scivolato verso un assetto burocratico e sordo. Ma ora l'elementarità del linguaggio di conversazione si rivela sempre più una scelta di maniera e, smarrita la sua funzione antiretorica, ricade e ritrova la sua afasia di partenza. E' uno strumento rotto che non sa più aiutarci. Ma allora cosa rimane di questo romanzo di Ceccamea, visto che i suoi tanti aspetti interessanti stentano a arrivare a compimento? Rimane la sgradevolezza (di cui faccio cenno all'inizio), che scuote e mette in agitazione il lettore. La decisione di non piacere. E forse non è poco per un romanzo, oggi.
postato da: francescocecca alle ore 12:53 | Permalink | commenti
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