giovedì, 30 ottobre 2008
Un vero che «c’ha faccia di menzogna» Stampa E-mail
La nuova letteratura sceglie l’invenzione. Ma per essere più fedele alla realtà profonda delle cose. Un dibattito a Cagliari

Sapete cos’è un reality book? Se il reality show - trasformare la realtà in spettacolo - è il format dominante della nostra epoca, la letteratura non può restarvi indifferente. E infatti sono usciti recentemente alcuni libri che sembrano replicare quel format: Walter Siti con Altri paradisi e con Il contagio, Mauro Covacich con Prima di sparire, Chiara Gamberale con La zona cieca, Massimiliano Parente con Contronatura, Francesco Ceccamea con Silenzi vietati. Di ciò si è parlato a Villacidro, Cagliari, in occasione del premio Dessy. Vorrei subito sottolineare la differenza tra tv e letteratura.

A un certo punto nell’Inferno Dante definisce la sua stessa opera: è un «ver c’ha faccia di menzogna». La letteratura è sì una “menzogna”, un artificio, che però - questo è il punto - dice la verità. Mentre il reality show è, parafrasando Dante, “la menzogna c’ha faccia di vero”, ossia una finzione che si presenta come vera ma che dice una bugia. Nel reality infatti uno è invitato a recitare se stesso, ma l’autenticità recitata non è più tale. Si censura la parte di sé opaca o depressa. O meglio: anche la depressione deve diventare, entro quel format, spettacolare, dotata di glamour. Ora, credo che la letteratura “lavori” su ciò che nessun reality potrà mandare in onda. Su ciò che non è rappresentabile, se non in modo indiretto: la qualità impalpabile delle nostre relazioni con noi stessi e con gli altri, il sottosuolo dell’esistenza sociale, le pulsioni più nascoste e innominabili, l’infelicità senza desideri e senza rimedio. Si potrebbe dire: il reality tv, che pure accoglie l’intera gamma dell’emotività dei suoi protagonisti, non riesce a dare cittadinanza al tragico. Ed eliminando il tragico non si può dire alcuna verità significativa sulle cose. Lo scrittore inoltre ha bisogno di impiegare tutta la sua immaginazione (Machado: «La verità si inventa»), mentre nel reality non si inventa nulla perché la realtà vi è tutta immanente, specchio unicamente di se stessa. Nei romanzi prima citati gli autori mettono se stessi in scena dentro la narrazione. Si trasformano in protagonisti: è un modo onesto di rispondere alla crisi del personaggio-uomo a suo tempo denunciata da Giacomo Debenedetti, alla crisi cioè dell’immaginazione narrativa, incapace ormai di creare personaggi solidi e corposi.

Così l’autore stesso si fa personaggio.Parlano di temi diversi, oscillano tra autocommiserazione e autodenigrazione, ma tutti in un modo o nell’altro fanno i conti con il lato oscuro dell’esistenza. L’eros dei romanzi di Siti è distruttivo e funereo, Covacich conclude con un lutto (la perdita del bambino della donna amata), la Gamberale racconta una malattia, Ceccamea immagina una realtà consegnata per intero alla morte, Parente rappresenta l’esistenza di chi forse non esiste. Insomma credo che l’unico reality book interessante sia quello che stravolge dall’interno la filosofia del reality, apparentemente simulando la realtà ma poi mostrando ciò che nessun reality potrà contenere o riassorbire: e cioè il tragico dell’esistenza che non si spettacolarizza.

di Filippo La Porta

10 ottobre 2008

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lunedì, 20 ottobre 2008
SILENZI VIETATI – Francesco Ceccamea (Avagliano Editore. 220 pp., 13 euro)
A metà tra Truman Show e un reality tv, qui chi dice io si chiama Francesco Ceccamea e, come apprendiamo dalle note di copertina, ha le sue stesse caratteristiche esistenziali. Non solo, ma il libro si compone di una serie di mail scritte a una persona in carne e ossa, Massimo Onofri, suo vecchio professore delle superiori ora noto critico letterario; e si ha ragione di ritenere che parimenti reale sia lo sbeffeggiato psicologo, nonché di temere che lo siano i componenti di questa famiglia Tennenbaum de noantri del Viterbese.
Nonostante le patologie sessuali del protagonista, ovviamente derivanti dal rapporto materno, abbiano un che del Portnoy ormai splendido 40enne, va subito aggiunto che questo è un esordio folgorante. Roba comica, che a tratti ci si piscia addosso dal ridere, unita a una capacità affabulatoria ammirevole. Finito il libro resta un senso di inappagamento: avremmo voglia di gustarci altre mail. E di attesa trepidante per il suo secondo romanzo.      
Colonna sonora: BECK Modern guilt   

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mercoledì, 15 ottobre 2008

MONOLOGO EPISTOLARE

Tra le opere in esordio è quella che ha riscosso l'accoglienza più eclatante. Silenzi Vietati, il romanzo di Francesco Ceccamea, non poteva passare inosservato. Scritto nella forma di e-mail, ciascuna a costituire un capitolo, ha nel destinatario un personaggio d'eccezione: il professore d'italiano presso l'istituto tecnico frequentato dall'autore in gioventù, nientedimeno che Massimo Onofri, nel frattempo diventato critico letterario tra i più autorevoli e professore universitario. Nei suoi confronti l'ex alunno, da sempre nutre un'ammirazione assoluta, persino morbosa. Un mito che elegge a suo confidente, al quale raccontare tutto, ma proprio tutto, e tanto più aperta è la confessione perché l'interlocutore, al quale sono portati i saluti e i baci anche per la moglie e la figlia, mai risponde. Gli racconta tutto di sé: le ambizioni letterarie nate sui banchi di scuola, quando in cattedra c'era il suo grande prof, e poi la sua famiglia, le sedute dallo psicologo, presso il quale una volta a settimana cerca il modo di venire a capo del suo vero grande problema, l'ossessione della vita: come riuscire finalmente a farsi una ragazza. Un romanzo epistolare, dunque, ma nella forma di un monologo: nevrotico, irresistibile, straripante, che una scrittura duttile, vivace e ironica sa rendere nella sua immediatezza.

Il romanzo fin dal titolo occhieggia l'amatissimo prof, con il richiamo a un suo precedente libro, il diario pubblico Sensi vietati (Gaffi, 2006), di cui vorrebbe riproporre lo spirito dissacratorio e e irriverente, apertamente controcorrente, stavolta su coté intimo, familiare, al più della dimensione locale, là dove quello del maestro sferrava i suoi fendenti nello spazio pubblico e culturale nazionale. Silenzi vietati perché nulla è taciuto, in un racconto talmente reale nei riferimenti a persone e circostanze da apparire inventato.

Il romanzo ha ricevuto attenzioni dalla critica, lusinghiere non meno che incuriosite. A partire dallo stesso Onofri, su “Tuttolibri”, che per una volta si è trovato a occuparsi di un libro in cui era un personaggio, occasione nella quale ha proposto una formula, per l'opera, degna di attenzione: “romanzo reality show”, ossia un Truman show alla rovescia, con il diretto interessato consapevole autore della vita di tutti gli altri, inconsapevoli personaggi, Onofri per primo.

Nel romanzo tutto ha inizio da un corso di scrittura creativa: passaggio quasi obbligato per chi, oggi, si accosti alla scrittura, e oggetto di tante divertite narrazioni di questi anni. Pare che da questa prima e-mail sia nata la sollecitazione da parte di Onofri, che vi aveva colto della letteratura, a continuare.

Ceccamea, c'è da scommettere, non chiedeva di meglio, e così è nato questo libro. Come sono nate, nel recente passato, narrazioni dai blog, così Ceccamea ha fatto ricorso alle e-mail per il suo romanzo d'esordio. Ma non traggano in inganno le premesse, la resa appare tutt'altro che improvvisata, e anche a volerla ammettere è un'improvvisazione non priva di metodo. Ceccamea mostra di possedere qualità di riguardo nella scrittura e nella composizione del romanzo (al di là di qualche lungaggine, nella seconda parte, non sempre all'altezza della formidabile parte iniziale).

Centrale è il tema della scrittura come confessione. Le e-mail non sono che una variazione rispetto alla più classica forma del diario. Ma diventa particolare se il destinatario è il proprio prof d'italiano: allora può accadere, come nei temi in classe tante volte, di confessare i più nascosti pensieri, che mai fuori da quello spazio franco si sarebbe disposti a rivelare (si confida sulla lealtà dell'insegnante, che mai rivelerà ad altri, come nella confessione in chiesa, quei segreti), ma con quel tanti di attenzione alla scrittura che è dovuta quando il destinatario è un prof e per di più d'italiano, figuriamoci se si chiama Massimo Onofri. Nel romanzo, poi, la figura del confessore viene replicata in quella dello psicologo, con il quale per antonomasia la comunicazione è priva di filtri o inibizioni.

Romanzo che potrebbe dirsi pornografico, e non solo per le rivelazioni della propria sfera più intima, con una spudoratezza dagli effetti spesso esilaranti, ma anche per i riferimenti espliciti a fatti e persone, con tanto di nomi e cognomi: la scuola superiore ai tempi di Onofri, professore mitizzato, la famiglia con i ritratti senza censure del padre dalla virilità ostentata, la madre scontenta alla quale il piccolo Francesco rubava i collant, la nonna che a dispetto delle speranze dei congiunti non vuole morire, la sorella dai fidanzati improponibili; con la provincia viterbese sullo sfondo.

Inevitabili appaiono, a leggere il libro, certi rimandi a opere per le quali sembra di cogliere la dichiarazione di un debito, nella forma dell'omaggio: Lamento di Portnoy di Philip Roth, Il male oscuro di Giuseppe Berto, opere che Ceccamea dichiara di aver letto solo dopo la stesura del romanzo, o di non aver letto per nulla. Se per davvero o per tenere fede a uno spontaneismo da illetterato, questo è parte del personaggio che Ceccamea si è creato.

Onofri ha colto, nella sua recensione al romanzo, un rimando tra gli altri inevitabile, tra i tanti cui il libro si presta: a Porci con le ali di Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice. Per cogliere il ritratto di una generazione, quella dei trentenni di oggi, il disagio sessuale e l'impotenza psicologica, ora implacabile e senza speranza, alla stregua, parafrasando quel titolo manifesto, di un Porci castrati. Acuta osservazione che merita di essere approfondita. Si tratta del disagio maschile di fronte alla femmina emancipata sessualmente: quanto l'uomo, la donna ha voglia di sesso e ora ha smesso di nasconderlo, una volta era più semplice: c'erano le troie e c'erano le brave ragazze, con le prime ci si scopava e basta, le altre erano quelle da sposare: oggi le donne sono un ibrido delle due categorie. Così ci spiega il Ceccamea narratore e personaggio, nonché autore di questo piccolo libretto sapienziale, o vademecum per giovani adulti, disincantati e afflitti di fronte alla vita, con le incertezze che hanno smesso di essere quelle dell'adolescenza, quando tutto è scoperta e avventura, per diventare disvelamento di un ingranaggio che si avverte come estraneo e da cui si vuole sfuggire.


Non fosse per l'altro sesso, per l'attrazione irresistibile che esercita l'altra metà del cielo. “Un uomo che non avrebbe due terzi dei problemi che ha se non continuasse a cercare una donna da scopare. E' il sesso a sconvolgere le nostre vite, solitamente ordinate” (Philip Roth, L'animale morente).

Ma finirà per capire il personaggio che la cosa che tanto lo angusta, il non avere una ragazza, è la maniera che inconsapevolmente ha con tenacia per scamparla e farla franca: “Il giorno che avrò una ragazza al mio fianco, il giorno che starò in un ristorante con una ragazza che mi stringe la mano e mi sorride (...) io sarò uno di loro, io sarò come tutti, e io non ho mai voluto questo. Perché gli altri, loro, quella massa indistinta e compatta a cui non sento di appartenere, in cui non riesco a entrare, gli altri, loro, poi muoiono. Con gli anni che passano”. La sua diversità, la sua non vita, altro non + che una maniera di sfuggire alla morte.

MARCELLO D'ALESSANDRA – L'INDICE DEI LIBRI DEL MESE

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martedì, 07 ottobre 2008

Irregolare, flessibile, sghembo: il romanzo di Francesco Ceccamea, Silenzi vietati (Avagliano, pp. 224, euro 13) è un turbinoso corpus di e-mail inviate da Francesco, un giovane tutto il giorno chiuso in casa «con una faccia da interista il lunedì mattina», a Massimo Onofri, il critico letterario suo ex insegnante all’Istituto tecnico commerciale e all’occorrenza scelto come privilegiato interlocutore, «brillante come un tavolo di mogano appena lucidato». Sono lettere inviate dal «margine della vita», da cui il nevrotico estensore non intende sganciarsi, che descrivono con feroce spietatezza, e con narcisistica enfatizzazione di ogni atto, lo stato di implacabile solitudine dell’io e insieme la vischiosa monotonia della provincia viterbese. Le deviazioni di argomento, gli incisi, i commenti, le prolungate illustrazioni pure di particolari irrisori e, per contro, certe fulminanti sintesi, i toni alti, strozzati e gli ironici autoascolti danno al testo un andamento anarchico e una furente musica di fondo, una vocalità a tratti sfumata, pronta a rinnovarsi e un’accorata voce insinuante. Francesco frequenta un corso di scrittura creativa: depresso, è in analisi, legge e fantastica sulle donne in un «vortice di incertezza», ha problema con il sesso e si serra in sé come in una specie di «bunker antiatomico». Anche i rapporti con la famiglia sono disastrosi. Dalle concitate parole emergono ritratti a forti tinte: il padre infermiere, che trascura la casa e riserva ogni suo tempo alla caccia; al madre che «si rivolge a Dio»; al sorella tossica, senza un «cervello fisso». Il romanzo, che sciorina una «processione carnascialesca» di volti e miscela con frenesia vari registri linguistici, ha una struttura circolare, riferendosi a un interlocutore che non rispone: da qui il rimbalzo che la confessione del protagonista ha verso chi al pronuncia con la volontà di non volere «un pubblico da deludere». Il discorso ardito, condotto a estreme sponde di stupore, metabolizza le molte anomalie di ritmo (si va dal dialogo al monologo, dall’intervista al saggio) in un flusso impetuoso di microepisodi che fanno del loro tempestoso disordine un potente veicolo narrativo. (Niccolò Gallo)

lunarionuovo - rassegna di letteratura diretta da Mario Grasso

postato da: francescocecca alle ore 10:49 | Permalink | commenti
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