Questa volta la novità non arriva da New York o Londra o Parigi, no, questa volta arriva da Vetralla, provincia di Viterbo. Lui si chiama Francesco Ceccamea, titolo del libro: Silenzi vietati, edito da Avagliano. Il titolo fa il verso a uno dei testi di Massimo Onofri, Sensi vietati (Gaffi, 2006). E non è un caso, perché il libro di Ceccamea è un romanzo epistolare costituito da e-mail indirizzate proprio ad Onofri che, prima di diventare professore all’Università di Sassari e noto critico letterario, era suo docente alle superiori, all’Itc di Vetralla.
Fresco di una disastrosa esperienza in un corso di scrittura alla Baricco, Francesco scrive una mail al vecchio professore d'italiano. Il prof è Massimo Onofri, il critico che insegna all'università. Un uomo in carne e ossa, insomma, come tutto in questo libro: Francesco ci prende gusto e inonda il prof di mail nelle quali vomita tutta la sua vita, la famiglia, l'assurda provincia viterbese, le sedute dall'analista. L'autoritratto d'un giovane all'altezza dei nostri tempi, capace di spremere da un'autobiografia disperata i succhi di una comicità che non fa sconti a nessuno. Una galleria di ritratti esilaranti: il padre infermiere che va a caccia per sentirsi macho; la madre insultata dalla vita e devota di padre Pio; una nonna rimbecillita che tutti sperano tiri le cuoia; una sorella mezza tossica che non ne imbrocca una. Ma l'argomento preferito è il sesso, tra approcci surreali con le donne, impotenza e rassegnati ritorni alla masturbazione. Un libro implacabile, che sembra scritto da un Philip Roth depresso e cattivissimo, un nevrotico che sa di esserlo.
L'intervista a Francesco Ceccamea è di Mariarosa Mancuso.
Francesco Ceccamea, Silenzi vietati, Avagliano, 2008.
Silenzi Vietati |
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A chi gli chiede “Perché è tanto cattivo”, Corto Maltese risponde “Non lo so, è un dono di natura”. I bellissimi occhi di ghiaccio del marinaio di Hugo Pratt ci portano dritti dritti alla bellezza esorbitante del nuovo antieroe ideato da un giovane scrittore viterbese.
Signore e signori, Francesco Ceccamea presenta Francesco Ceccamea, protagonista esilarante e disperatamente tragico di Silenzi Vietati (Avagliano).
Francesco è un aspirante scrittore che è andato ad aspirare l’aria di uno dei tanti corsi di scrittura che infestano l’Italia. Ne è tornato tanto deluso da scriverne al suo professore di liceo, nientemeno che il critico letterario Massimo Onofri. Nella prima email al professore adorato, Ceccamea scrive: “In giro ci sono un sacco di fessi che vogliono fare gli scrittori e io sono uno di loro, ma che bisogno ho di stare con della gente che ha il mio stesso sogno, che mi ricorda quanto sono mediocre, illuso, disilluso, geloso, coglione, patetico? Mi servirebbe, se non altro, a conoscere nuova ‘gggente’, però io non ho bisogno di conoscere dei nuovi cazzoni, mignotte, isterici, noiosi, folli e bambocci col pallino della scrittura, ho già fatto il pieno al corso di sceneggiatura cinematografica a Barbarano, e mi basto da solo perché io sono tutti loro insieme, incluso la mignotta”.
In questo breve estratto è concentrata tutta la filosofia ceccameiana, per così dire. La vita di un 28enne, vergine, precario e per di più di Vetralla in provincia di Viterbo, che sogna di fare lo scrittore pur essendo consapevole del suo talento e della sua mediocrità insieme, è materia sufficiente per un romanzo. Se si ha la lingua giusta nella penna. Se si è capaci di trasportare sulla pagina scritta quel dogma tutto cinematografico del bigger than life.
In primo luogo, Ceccamea racconta la vita fatta di ossessioni minute ed esilaranti con una dovizia di particolari ed un linguaggio talmente potente e preciso che le 220 pagine del romanzo filano via con la leggerezza e l’ironia di un film di Billy Wilder. Onofri, muto nel romanzo, ha definito la lingua di Ceccamea una sorta di “allegretto con rabbia” che unisce in sé, in delicato equilibrio, caso e vita.
In secondo luogo, proprio questa lingua precisa come un mirino ad infrarossi su un kalschnikov, porta sulla pagina e direttamente davanti agli occhi del lettore, personaggi in carne e dna imbevuto di materia romanzesca. Silenzi vietati è stato definito, a tal proposito, il primo reality book. La nonna, i genitori, la sorella Ale lo psicologo e, naturalmente, Massimo Onofri sono talmente veri, ancorati alla realtà da riferimenti anagrafici e storiografici talmente precisi da poter essere considerati amici, volti noti al lettore. Se ricordate di essere stati a Vetralla, è colpa del romanzo di Francesco Ceccamea. Nella vita di Ceccamea protagonista di Silenzi Vietati è il sesso a far ruotare il pianeta romanzo. Il sesso non espresso, desiderato e conquistato con la masturbazione, il feticismo, l’osservazione morbosa e ilare; il sesso che si rassegna alla sua atipicità e ai suoi aneddoti da cabarettista consumato. L’ossimoro logico espresso nella forma e nella sostanza di un linguaggio cesellato e incastrato perfettamente nei meccanismi dell’ironia tiene compagnia, rinfranca e diverte. Lasciamo agli altri i commenti sull’inutile verbosità. Questo è un libro che vuole divertirvi con la tragica ineluttabilità dell’inadeguatezza che, tante volte, schiaccia alcuni minuti, se non per ore, l’esistenza dei comuni mortali. Se i vostri problemi vi sembrano insormontabilmente tragici, leggete Silenzi Vietati: come recita il detto, una risata vi seppellirà.
di Demetrio Paolin
Caro Francesco, ti scrivo come se fosse una mail, ma in realtà questa sarebbe una recensione, anzi una lettura, a me le recensioni non piacciono, del tuo libro Silenzi Vietati (Avigliano). Allora sgomberiamo il campo, così arriviamo al centro del mio discorrere.
Il libro mi è piaciuto.
Io credo che a salvarti sia stata proprio la scelta di farne un romanzo epistolare e la scelta di usare come “tu”, una persona reale, vera e conosciuta. Anche a me sarebbe piaciuto farlo, ma l’unica persona a cui vorrei mandare delle lettere è Paolo di Tarso, ma lui è nel terzo cielo.
Comunque.
Io leggevo il tuo libro e pensavo a Foscolo e Goethe, come fonti del tuo romanzo. Potrebbero esserlo benissimo inconsce, ma credo che chiunque si metta a scrivere un libro in cui un giovane racconta la sua vita, i suoi amori, il suo andare verso il baratro faccia i conti con questi due grandi
In più la scelta epistolare ti ha salvato dallo scrivere produrre un Holden in salsa viterbese. Il tu a cui il tuo personaggio scrive le lettere (questa distinzione per me è fondamentale, ma ne parliamo dopo) ti salva dalla schiavitù della parlata gergale, da quel finto parlato scritto che per molto tempo è stata una cifra della letteratura giovanile.
Nello stesso tempo la struttura epistolare mi fa chiedere, ma chi è che dice io?
Ora forse a te questo interessa poco, ma secondo me è essenziale.
Prendiamo per buono che tu Francesco corrisponda appieno con il Francesco che scrive le lettere. Però, tu lo sai benissimo, quando scriviamo una lettera, anche quando raccontiamo esattamente quello che abbiamo appena vissuto facciamo due operazioni: scegliamo un mittente e decidiamo una strategia narrativa per coinvolgere o per allontanare il mittente stesso. Quindi al Francesco che immagina il Francesco che scrive la lettera, s’aggiunge il Francesco che agisce nella lettera, che altro non è che una rappresentazione, retorica, del Francesco che scrive, che come abbiamo detto potrebbe corrispondere o no (anche solo in parte) al Francesco autore del libro Silenzi Vietati.
Questo risolve un altro problema di certa letteratura pesudogiovanilsitica ovvero la pruderie di vedere se quello che scrive l’autore sia la sua vita reale.
[Sai quando mi capita di scrivere qualcosa io dico sempre: non è detto che quello che io scriva sia reale (leggi accaduto), ma sicuramente è vero (cioè possiede in sé un germe di verità).]
E qui veniamo al nodo che vorrei affrontare con te, che riguarda la verità di quello che dici.
Ho letto il libro e poi, perché sono una persona abbastanza pignola, mi sono pure letto le belle recensioni che ti sono state fatte. Mi ha colpito l’insistere e il ritornare da parte dei critici sul tema del male di vivere. A detta loro il tuo libro è il ritratto, lo specchio, del male di vivere della nostra generazione, di noi cha abbiamo tra i 30 e i 35 anni.
Alcune riflessioni. Primo mi si deve spiegare cosa sia il male di vivere.
Il non avere una donna e nemmeno rapporti con lei? La paura del futuro? Il lavoro precario?
E’ questo il male di vivere?
Questo mi pare non tanto male quanto paura di vivere. Il Francesco che agisce nelle lettere ha paura di vivere, ma non mi pare che esperimenti su di sé il male, né che lo descriva, il male.
Ho riletto il libro ma io del male di vivere non ne ho trovato traccia.
Forse la verità, caro Francesco, è che dovremmo togliere di mezzo due parole “di” e “vivere”.
Ecco a me non interessa il male di vivere, ma il male.
Io vorrei che la nostra generazione facesse i conti con tale entità.
Certe volte penso che il disincanto, l’apatia, la depressione e la devianza sociale (potrei continuare), che narrativamente diventano il male di vivere, siano un modo di sviare gli occhi dall’unico tema che abbia senso, ovvero indagare il male.
Qui, ma è mio parere personale, il tuo libro fallisce, perché s’accontenta di raccontare qualcosa che è già stato ampiamente detto e narrato.
Io ti chiedo, e mi chiedo, ma raccontare una vita normalissima con personaggi normalissimi, che hanno un lavoro stabile, una vita sessuale e sociale nell’ordinario, e che però trasudano male, che vivono esperiscono su di loro il male, è possibile?
Il tuo libro sembra suggerire che Francesco ha esperienza del male, perché non ha un vero rapporto d’amore, perché non entra in contatto con le persone, perché ha un lavoro precario etc etc…
Cioè il male ha una origine, una scaturigine.
Ora non sei il solo a pensarla in questo modo. Basta aprire la Bibbia per vedere lo Jahvista che nella Genesi inserisce la scena della mela per giustificare la comparsa del male nel mondo.
Io penso, invece, che il male non abbia origine, ma semplicemente sia.
Quindi vorrei che qualcuno mi raccontasse la storia di un individuo normale che sente su di sé il male, che non si nasconde dietro cause psicologiche, psicoanalitiche, religiose, ma semplicemente presenta il male per ciò che è.
Nudo ed essenziale.
E mi sembra interessante raccontarti questo, perché riguarda quello che t’ho appena scritto. Io di solito pranzo in un bar in centro a Torino. L’altro giorno, entrato, ho notato qualcosa di strano, faccio due parole con le cameriere e scopro che X, il barman, è morto ieri.
Aveva la mia età. Una morosa splendida, una bella attività (il bar era suo). Morto.
Salutista, vegetariano, non fumava, poco o niente alcool. Nessun problema di salute. Ictus e via.
Io ci ho parlato un po’ insieme, quando era vivo. Era una persona normalissima, mi parlava dei suoi progetti come di qualcosa che sarà, di già certo e dato.
Due settimane dopo non lo vediamo più.
A me piacerebbe che qualcuno mi raccontasse una storia del genere. Un 34enne che non ha nessun problema, la cui vita si dipana tranquillamente. Una storia la cui penultima riga è un pensiero concreto di cosa si farà domani, seguita poi dall’ultima riga in cui si certifica l’avvenuta morte.
Attenzione, Francesco, non voglio trucchi narrativi in cui i fatti, i pensieri e le azioni possano tradire il finale. Io voglio un personaggio come il barman: felice e, infine, morto.
In questo caso è palese che non c’è causa. Proprio la assenza di ragioni costringe chi scrive a mettere su tutto un ambaradan retorico per dire che il male ha una origine.
Nel povero barman il male c’era, silenzioso e ascoso, ma senza una ragione. Stava lì da sempre. E’ venuto e amen.
Quale scrittore della nostra generazione avrà il coraggio di prendere il male, mettendolo in pagina semplicemente, rischiando pure di annoiare il lettore?
Perché, prevengo tua obiezione e quella di altri, un romanzo del genere sarebbe di una noia terribile.
Io ho pensato questo, è da un po’ che ci penso, immagina cosa potrebbe succedere se un ospite della trasmissione il Grande Fratello va a dormire e il giorno dopo lo si trova morto per cause naturali. Immagina se per un disguido il giorno della morte vada in onda il riassunto della puntata (di solito quella del giorno prima) in cui si vede il morto, ancora vivo, che fa i gavettoni agli altri concorrenti e si mette a giocare con loro a pallone, si allena per la prova settimanale e poi si fa la doccia.
Tali azioni diverrebbero un vaticinio?
No. Tanto che se le vedessimo senza sapere cosa è accaduto al poveraccio, diremmo le cose che diciamo di solito sui vari personaggi del GF.
Eppure lì si annida il male.
E’ quello il male che dovremmo – io per primo - imparare a scrivere.
Come vedi ho iniziato facendo una recensione e sono finito a parlare d’altro.
Ciao e scusa la lungaggine.
Demetrio Paolin, classe 1974, vive a Torino dove svolge l’attività di ufficio stampa. Ha pubblicato "Il pasto grigio" per i tipi della Untitled Editori, alcuni suoi racconti sono apparsi in riviste (Nuova Prosa, Greco&Greco) e in antologie ("Vite rovinate dal pallone", Giulio Perrone Editore).
Ha curato, per le edizioni Dell’Orso, le memorie di Giuseppe Calore raccolte ne Il partigiano disarmato. Il suo saggio “La memoria e l’oltraggio. Primo Levi interprete di Dante”, è stato pubblicato dalla rivista universitaria Levia Gravia (Ed. Dell’Orso).
Nel 2006 il suo saggio La tragedia negata ha inaugurato la collana “anfibi” dalla casa editrice vibrisselibri (www.vibrisselibri.net).
Dispone non di uno ma di ben due siti.
Il primo, sobriamente intitolato Disturbo post traumatico dell’amarezza, è il suo diario.
Il secondo, modestamente intitolato Fondo Paolin, raccoglierà (ci sta lavorando) tutti i suoi scritti.
scino di Veronica, né bisogna cercare il pelo di Veronica perché il suo romanzo d’esordio è bello, e lo dico senza ironia, talmente bello, per un’esordiente, che non si può dire se sia più bella o più brava. Si intitola “Il dolore secondo Matteo”, è lungo 164 pagine, costa solo undici euro, praticamente regalato considerando che avete anche la sua foto sul risvolto verde pisello e verde speranza, e Matteo è il protagonista, l’io narrante, e pertanto non solo Veronica è così affascinante nella vita, ma sa scrivere in prima persona maschile senza dare l’idea di essere una donna, sa scrivere senza dare l’idea di vivere la vita che vive o anche solo una vita di maschio o di femmina, per cui è una vera scrittrice, niente a che vedere con la Stancanelli, la Vinci e tutte queste prefiche isterectomiche dei loro uteri narrativi e seriali.
ama Christian (nella foto a sinistra), di professione blogger della specie più inutile e petulante, aspirante giornalista, aspirante scrittore, aspirante qualcosa, che da anni tenta di scrivere un libro che sia un libro ma per ora riesce solo a presenziare alle presentazioni dei libri degli altri dove se ne esce sempre con qualche stronzata, già frustrato somaticamente al cospetto della sorella, adesso anche letterariamente, un’umiliazione che forse lo porterà al suicidio, e la vita è proprio ingrata, ma non sono affari miei, è la selezione naturale, ingiustizie della biologia e della meiosi cellulare, pace per il povero Christian e viva Veronica e viva Charles Darwin.
a struttura, per l’immaginario postmoderno ma scintillante e profondo e tenuto insieme da ritmo e capacità linguistica, sembra averlo penetrato o che lui abbia penetrato lei, e sarebbe un caso di simbiosi o affinità spontanea se Lagioia non fosse anche il direttore della collana nichel di minimum fax, e non fosse anche l’editor del libro di Veronica, in quanto la medesima minimum fax ci tiene a sottolineare che i libri non sono di chi li scrive ma di chi li edita, i minimumfaxisti sono dei fanatici dell’editing. | Il "G8" di Latronico vince il Berto |
| Ricadi
(SDV) Il romanzo "Ginnastica e rivoluzione" su un gruppo di giovani che vanno a Parigi nei giorni prima del G8 di Genova alla ricerca di un nuovo sessantotto, opera del ventitreenne Vincenzo Latronico (ed. Bompiani), ha vinto la ventesima edizione del premio letterario "Giuseppe Berto opera prima", bandito dal comune di Mogliano Veneto e di Vibo Valentia. Il premio è stato assegnato ieri sera a Ricadi, Vibo Valentia. Per la prima volta nella storia del prestigioso concorso letterario, un riconoscimento è andato anche agli altri quattro finalisti: Francesco Ceccamea, Benedetta Cibrario, Paolo Giordano e Veronica Raimo. "Ginnastica e rivoluzione" narra le disavventure di quattro ventenni che finiscono a Parigi nei giorni prima del G8 di Genova alla ricerca di un nuovo sessantotto. Armati di macchina fotografica, con grandi speranze, intendono immortalare il grande evento. Il premio è stato assegnato dalla giuria dei letterati composta da Giuseppe Lupo (presidente), Mario Baudino, Goffredo Buccini, Andrea Cortelessa, Paolo Fallai, Laura Lepri, Giorgio Pullini, Marcello Staglieno e Gaetano Tumiati. Il premio è di 7.500 euro. Latronico si è aggiudicato il premio per il "riuscito compromesso fra la narrazione tradizionale e sperimentalismo". Un riconoscimento economico è andato agli altri quattro finalisti, tutti tra i 23 e i 35 anni, che hanno saputo raccontare il loro tempo con un'ottima capacità di scrittura, secondo la giuria superiore agli anni scorsi: Francesco Ceccamea con "Silenzi vietati" (Avagliano), Benedetta Cibrario con "Rosso vermiglio" (Feltrinelli), Paolo Giordano con "La solitudine dei numeri primi" (Mondadori), Veronica Raimo con "Il dolore secondo Matteo" (minimum fax). A Giuseppe Berto, nato a Mogliano e morto 30 anni fa a Vibo Valentia, Marcello Staglieno ha dedicato "Appunti mnemonici" che raccontano della sua "alta intelligenza, il coraggio morale, il genuino anarchismo, l'ironia, il calore umano, la disponibilità sempre presenti nella sua scrittura" . |
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