Costruito secondo la formula del romanzo epistolare - sebbene le lettere siano unicamente a senso unico, visto che il destinatario (il famoso critico letterario Massimo Onofri, a suo tempo professore delle superiori di Ceccamea) non risponde mai alle sollecitazioni del giovane Francesco, classe 1978, nato in un piccolo paese del viterbese - Silenzi vietati è in realtà un’intensa confessione psicoanalitica, con tanto di aneddoti su un vero psichiatra, in cui il protagonista-autore, sfoga sulla pagina le frustrazioni e i turbamenti legati ai diversi aspetti della sua esistenza (dal rapporto con l’altro sesso alla famiglia problematica, dagli amici alle ambizioni letterarie). Ci sono nomi e cognomi di gente nota e meno nota, compaesani di Ceccamea e famosi critici letterari, giornalisti, scrittori: parlando di sé Francesco, stigmatizza i vizi dell’intera provincia italiana, ma allo stesso tempo riunisce sullo stesso piano, Vetralla (il paese in cui vive) e l’Italia intera, la barista di cui è innamorato e il critico prestato alla televisione, la finzione letteraria e una realtà talmente vera da sembrare ficta, in un gioco di vasi comunicanti che denotano una maturità e una capacità narrativa insolita in un esordiente. Abbiamo intervistato Francesco Ceccamea.
Partiamo dalla fine: come stai vivendo il successo del tuo libro? Interviste, apparizioni tv, presentazioni in giro per l’Italia, recensioni su prestigiosi quotidiani e riviste letterarie. E soprattutto te l’aspettavi? Riuscivi a immaginare che le tue vicissitudini potessero interessare così tante persone?
No, non mi aspettavo tutto questo. Non speravo neanche nella metà delle cose che sono successe. Però non è una pacchia. Sono un tipo introverso, mi piace stare per i fatti miei e detesto viaggiare, quindi immagina che significa per uno come me andare a “Uno Mattina”, fare presentazioni su e giù per l'Italia e ritrovare articoli di giornale con la mia faccia in bella evidenza. E’ un bel sogno che si realizza e sono felice per questo, ma lo vivo con un perenne senso di nausea nervosa e una paura tremenda di sbagliare le coniugazioni verbali o di bloccarmi e mettermi a piangere mentre affronto i miei lettori. Uno scrittore non è detto che sia anche uno showman, ti chiedono di leggere quello che hai scritto, di intrattenere la platea con battute e cazzate varie. Non sono tanto convinto che la mia faccia, la mia voce e le mie impressioni possano far aumentare le vendite di Silenzi vietati, se mai il contrario.
Si è parlato nelle recensioni riferendosi a Silenzi vietati di: romanzo di sformazione (Mario Baudino), di “reality book” (Lidia Ravera), di “romanzo reality show” (Massimo Onofri). Si è parlato di romanzo generazionale, psicoanalitico alla Svevo. Pensi di essere stato capito davvero? Ci sono aspetti del libro che non sono stati colti secondo te? Altri che invece sono stati sottolineati e che in realtà non erano consapevoli?
Silenzi vietati non è un romanzo reality, né un romanzo generazionale e non scomoderei nemmeno Svevo, Melville, Salinger o Tozzi. E' un libro sull'impotenza sessuale e un manifesto contro i corsi di scrittura creativa. Sono contento che sia piaciuto così tanto ai critici e alle signore di una certa età, anche perché sono queste le categorie umane che più trovo eccitanti sul piano sessuale. La definizione di Baudino è meravigliosa.
Quanto c’è di autentico nelle cose che hai raccontate, o meglio, quanto appartiene alla tua esperienza reale e quanto invece è stato romanzato? Ho notato che nelle interviste, parli di “Francesco” in terza persona, trattandolo come un personaggio tout court, mentre a volte riconduci il discorso ai tuoi genitori, alle tue esperienze con l’altro sesso, ai tuoi amici.
Il personaggio si chiama come me e molte delle cose che racconto sono vere, altre sono completamente inventate ma sta al lettore decidere quali, io non lo dico.
Nel tuo libro s’intuiscono diversi echi che rimandano a grandi scrittori: dal Roth del Lamento di Portnoy al Berto del Male oscuro. Sono echi consapevoli? La tua scrittura li ha assimilati e poi rigenerati? O invece sono del tutto casuali?
Ho letto Portnoy dopo aver scritto questo libro. Ero curioso perché qualcuno mi aveva detto che alcuni punti del mio romanzo lo ricordano parecchio. Il male oscuro l'ho comprato vari anni fa ma non l'ho ancora cominciato. Qualcuno ha nominato anche Bianciardi, ma giuro che è la seconda volta che io stesso lo sento nominare. Conosco il giovane Holden, Bartleby, Zeno e Tozzi, però non pensavo a questi libri quando ho scritto il mio. In realtà non avevo in mente niente di preciso a parte i fumetti di Robert Crumb e qualche libro sui Serial Killer. Leggo un sacco di robaccia. Sono un appassionato di manuali sul linguaggio del corpo, su come smettere di fumare, avere successo con le donne, essere felici e scopare da Dio. Adoro i romanzi dell'orrore. Mi piacciono anche Soldati, Brancati, Checov, Mann, Hardy e Carver, ma lo dico più per darmi delle arie che altro.
Perché hai scelto la forma del romanzo epistolare?
E' stato Onofri a dirmi di farlo. Una sera gli ho mandato una mail e lui ci ha visto della letteratura. Quell'uomo è un pazzo, ma i fatti gli stanno dando ragione.
Cosa cerchi in un libro? E pensavi a un lettore ideale, a parte Massimo Onofri, destinatario delle email, mentre scrivevi il tuo romanzo?
In un libro cerco me stesso. E quando scrivevo Silenzi vietati pensavo anche a un certo numero di donne alle quali avrei voluto dire quello che dicevo a lui.
Perché proprio Massimo Onofri? E quanto ha a che vedere l’averlo avuto come maestro, con tutto ciò che consegue a livello di opportunità di conoscenza e approfondimento letterario, nella tua scelta di diventare scrittore? E soprattutto è stata una scelta? Maturata come?
Massimo Onofri è stato il mio insegnante di Italiano e ora è uno dei più brillanti e stimati critici letterari del nostro paese. Io adoro quell'uomo, gli devo tantissimo, gli darei anche il culo se me lo chiedesse. Diciamo che proverei le gioie anali dell'omosessualità solo con lui. E anche con Beppe, ma questo è un altro discorso. Averlo come professore è stata una delle poche fortune che ho avuto nella vita, sia come scrittore che come omosessuale mancato. Ha riconosciuto il mio talento, ha creduto in me e ha rifiutato le mie proposte carnali.
Tra qualche anno e con qualche altro romanzo alle spalle, accetteresti di sostituire lo scrittore che teneva il corso di scrittura creativa di cui parli all’inizio del libro
Se mi pagano bene...
A quando il tuo secondo romanzo? Ci stai già lavorando? Soffrirai di ansie da prestazioni anche letterarie, visto il clamore della tua opera prima?
Per evitare le ansie e il clamore, ho finito di scrivere il mio secondo romanzo un mese prima che uscisse il primo. Sarà il vero romanzo reality e forse l'ultimo libro che pubblicherò, ma non me ne frega niente.




Francesco Ceccamea con Silenzi vietati (Avagliano), Benedetta Cibrario con Rosso vermiglio(Feltrinelli), Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi (Mondadori), Vincenzo Latronico con Ginnastica e rivoluzione (Bompiani) e Veronica Raimo con Il dolore secondo Matteo (minimum fax) sono i cinque finalisti della XX edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto opera prima, promosso dalle Città di Mogliano Veneto (Tv), paese natale del grande autore, e di Ricadi (Vv), sua terra adottiva, dove il 7 giugno si svolgerà la kermesse di premiazione, secondo la consuetudine di alternanza di sede tra le due città.E’ questo il risultato a cui è arrivata la Giuria, composta da critici letterari, scrittori e giornalisti, tutte figure di spicco del panorama culturale italiano, quali Giuseppe Lupo (presidente), Mario Baudino, Goffredo Buccini, Andrea Cortellessa, Paolo Fallai, Laura Lepri, Giorgio Pullini, Marcello Staglieno e Gaetano Tumiati, dopo aver esaminato 160 opere prime.Da quando fu istituito nel 1988, il Berto ha l’obiettivo di incoraggiare gli esordienti, sostenendoli nel lancio della loro opera prima e affiancandoli, se possibile, nel momento più difficile: la progettazione del secondo romanzo. Nel corso della sua storia, il concorso ha infatti avuto il merito di aver premiato scrittori che in seguito si sono affermati, diventando noti ai più come Luca Doninelli, Sandro Onofri, Francesco Piccolo, Elena Stancanelli e lo stesso Giuseppe Lupo, oggi presidente della Giuria dei Letterati, nonché Hamid Ziarati che, premiato nel 2006, è balzato alle attenzioni delle cronache mediatiche come caso editoriale innovativo per aver scritto, straniero (Ziarati è nato a Teheran nel 1966 e si è trasferito a Torino nel 1981), il suo primo romanzo – Salam maman (Einaudi, 2006) - direttamente in lingua italiana.E proprio per rafforzare il suo ruolo legato alla valorizzazione di talenti sconosciuti, dopo cinque anni, il Berto è tornato italiano. Decade così, a partire da questa XX edizione, la sezione di narrativa straniera per investire tutto sull’italiana con un premio di ben euro 7500.00, tra i più alti in Italia, e l’introduzione di un riconoscimento economico di euro 2000.00 per i classificati dal 2° al 5° posto.L’altro obiettivo del concorso letterario è ricordare la figura sempre attuale dello scrittore e dell’uomo Giuseppe Berto di cui, quest’anno, ricorre il 30° Anniversario dalla morte, avvenuta a Roma il 1° novembre 1978, anno in cui fu pubblicato da Mondadori il suo ultimo capolavoro La Gloria, rivelatosi allora un autentico successo di pubblico con 6 edizioni in pochi mesi.Anticonformista, capace di andare sempre alla ricerca della libertà individuale e dei diritti civili, “Bepi” era un intellettuale libero da pregiudizi, da mode e da sottomissioni a consorterie, scuole, gruppi. Conseguì il pieno successo nel 1964 vincendo con Il male oscuro il Viareggio e il Campiello. Un traguardo che si era conquistato da solo, con impaziente determinazione, nei due decenni precedenti. Basti citare Il cielo è rosso del 1947; l’opera letteraria che, insieme a Cristo si è fermato a Eboli, meglio disegna l’Italia dell’epoca.Anche il racconto dei luoghi appartenuti a Berto è un modo per rievocare il grande autore: Mogliano Veneto (Tv), suo paese d’origine; Roma, dove trascorse gran parte della propria vita professionale e artistica, e Capo Vaticano (Vv), la terra adottiva che tanto ha amato. Scrisse Berto della Calabria: «(…) un giorno qualsiasi, in un luogo qualsiasi, quando mi sembra di averlo già definitivamente ammazzato, ecco che quest’amore torna all’improvviso e nel modo più subdolo, cioè, approfittando del fatto che spesso si è stanchi della pioggia o del freddo che dura sei mesi l’anno, e infastiditi di vivere in mezzo a tanta gente e a tanto frastuono. Allora mi basta ricordare il colore del mare, l’aspetto di una terra, il vento di scirocco che proviene dall’Africa, i mandorli che fioriscono a gennaio, una ragazza che raccoglie olive, un contadino vestito di nero, una donna che cammina portandosi un’anfora sulla testa; e subito mi riprende il bisogno di correre giù, dove, si capisce, di nuovo rapidamente mi sazio (…)». Appuntamento quindi in Calabria, a Ricadi (Vv), il 7 giugno 2008, per la proclamazione del vincitore della XX edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto opera prima.

Questa volta la novità non arriva da New York o Londra o Parigi, no, questa volta arriva da Vetralla, provincia di Viterbo. Lui si chiama Francesco Ceccamea, titolo del libro: