giovedì, 29 maggio 2008
Silenzi vietati è probabilmente l’esordio più apprezzato di questa prima metà del 2008. Forte di una scrittura corrosiva e curata, in cui la velocità dell’espressione orale si mescola alla ricercatezza della parola scritta, e di una storia talmente legata all’ombelico dell’autore da sembrare completamente inventata, il libro ha ottenuto recensioni fortemente positive e un buon riscontro di pubblico. Inoltre è finalista al Berto.

Costruito secondo la formula del romanzo epistolare - sebbene le lettere siano unicamente a senso unico, visto che il destinatario (il famoso critico letterario Massimo Onofri, a suo tempo professore delle superiori di Ceccamea) non risponde mai alle sollecitazioni del giovane Francesco, classe 1978, nato in un piccolo paese del viterbese - Silenzi vietati è in realtà un’intensa confessione psicoanalitica, con tanto di aneddoti su un vero psichiatra, in cui il protagonista-autore, sfoga sulla pagina le frustrazioni e i turbamenti legati ai diversi aspetti della sua esistenza (dal rapporto con l’altro sesso alla famiglia problematica, dagli amici alle ambizioni letterarie). Ci sono nomi e cognomi di gente nota e meno nota, compaesani di Ceccamea e famosi critici letterari, giornalisti, scrittori: parlando di sé Francesco, stigmatizza i vizi dell’intera provincia italiana, ma allo stesso tempo riunisce sullo stesso piano, Vetralla (il paese in cui vive) e l’Italia intera, la barista di cui è innamorato e il critico prestato alla televisione, la finzione letteraria e una realtà talmente vera da sembrare ficta, in un gioco di vasi comunicanti che denotano una maturità e una capacità narrativa insolita in un esordiente. Abbiamo intervistato Francesco Ceccamea.

Partiamo dalla fine: come stai vivendo il successo del tuo libro? Interviste, apparizioni tv, presentazioni in giro per l’Italia, recensioni su prestigiosi quotidiani e riviste letterarie. E soprattutto te l’aspettavi? Riuscivi a immaginare che le tue vicissitudini potessero interessare così tante persone?

No, non mi aspettavo tutto questo. Non speravo neanche nella metà delle cose che sono successe. Però non è una pacchia. Sono un tipo introverso, mi piace stare per i fatti miei e detesto viaggiare, quindi immagina che significa per uno come me andare a “Uno Mattina”, fare presentazioni su e giù per l'Italia e ritrovare articoli di giornale con la mia faccia in bella evidenza. E’ un bel sogno che si realizza e sono felice per questo, ma lo vivo con un perenne senso di nausea nervosa e una paura tremenda di sbagliare le coniugazioni verbali o di bloccarmi e mettermi a piangere mentre affronto i miei lettori. Uno scrittore non è detto che sia anche uno showman, ti chiedono di leggere quello che hai scritto, di intrattenere la platea con battute e cazzate varie. Non sono tanto convinto che la mia faccia, la mia voce e le mie impressioni possano far aumentare le vendite di Silenzi vietati, se mai il contrario.

Si è parlato nelle recensioni riferendosi a Silenzi vietati di: romanzo di sformazione (Mario Baudino), di “reality book” (Lidia Ravera), di “romanzo reality show” (Massimo Onofri). Si è parlato di romanzo generazionale, psicoanalitico alla Svevo. Pensi di essere stato capito davvero? Ci sono aspetti del libro che non sono stati colti secondo te? Altri che invece sono stati sottolineati e che in realtà non erano consapevoli?

Silenzi vietati non è un romanzo reality, né un romanzo generazionale e non scomoderei nemmeno Svevo, Melville, Salinger o Tozzi. E' un libro sull'impotenza sessuale e un manifesto contro i corsi di scrittura creativa. Sono contento che sia piaciuto così tanto ai critici e alle signore di una certa età, anche perché sono queste le categorie umane che più trovo eccitanti sul piano sessuale. La definizione di Baudino è meravigliosa.

Quanto c’è di autentico nelle cose che hai raccontate, o meglio, quanto appartiene alla tua esperienza reale e quanto invece è stato romanzato? Ho notato che nelle interviste, parli di “Francesco” in terza persona, trattandolo come un personaggio tout court, mentre a volte riconduci il discorso ai tuoi genitori, alle tue esperienze con l’altro sesso, ai tuoi amici.

Il personaggio si chiama come me e molte delle cose che racconto sono vere, altre sono completamente inventate ma sta al lettore decidere quali, io non lo dico.

Nel tuo libro s’intuiscono diversi echi che rimandano a grandi scrittori: dal Roth del Lamento di Portnoy al Berto del Male oscuro. Sono echi consapevoli? La tua scrittura li ha assimilati e poi rigenerati? O invece sono del tutto casuali?

Ho letto Portnoy dopo aver scritto questo libro. Ero curioso perché qualcuno mi aveva detto che alcuni punti del mio romanzo lo ricordano parecchio. Il male oscuro l'ho comprato vari anni fa ma non l'ho ancora cominciato. Qualcuno ha nominato anche Bianciardi, ma giuro che è la seconda volta che io stesso lo sento nominare. Conosco il giovane Holden, Bartleby, Zeno e Tozzi, però non pensavo a questi libri quando ho scritto il mio. In realtà non avevo in mente niente di preciso a parte i fumetti di Robert Crumb e qualche libro sui Serial Killer. Leggo un sacco di robaccia. Sono un appassionato di manuali sul linguaggio del corpo, su come smettere di fumare, avere successo con le donne, essere felici e scopare da Dio. Adoro i romanzi dell'orrore. Mi piacciono anche Soldati, Brancati, Checov, Mann, Hardy e Carver, ma lo dico più per darmi delle arie che altro.

Perché hai scelto la forma del romanzo epistolare?

E' stato Onofri a dirmi di farlo. Una sera gli ho mandato una mail e lui ci ha visto della letteratura. Quell'uomo è un pazzo, ma i fatti gli stanno dando ragione.

Cosa cerchi in un libro? E pensavi a un lettore ideale, a parte Massimo Onofri, destinatario delle email, mentre scrivevi il tuo romanzo?

In un libro cerco me stesso. E quando scrivevo Silenzi vietati pensavo anche a un certo numero di donne alle quali avrei voluto dire quello che dicevo a lui.

Perché proprio Massimo Onofri? E quanto ha a che vedere l’averlo avuto come maestro, con tutto ciò che consegue a livello di opportunità di conoscenza e approfondimento letterario, nella tua scelta di diventare scrittore? E soprattutto è stata una scelta? Maturata come?

Massimo Onofri è stato il mio insegnante di Italiano e ora è uno dei più brillanti e stimati critici letterari del nostro paese. Io adoro quell'uomo, gli devo tantissimo, gli darei anche il culo se me lo chiedesse. Diciamo che proverei le gioie anali dell'omosessualità solo con lui. E anche con Beppe, ma questo è un altro discorso. Averlo come professore è stata una delle poche fortune che ho avuto nella vita, sia come scrittore che come omosessuale mancato. Ha riconosciuto il mio talento, ha creduto in me e ha rifiutato le mie proposte carnali.

Tra qualche anno e con qualche altro romanzo alle spalle, accetteresti di sostituire lo scrittore che teneva il corso di scrittura creativa di cui parli all’inizio del libro

 Se mi pagano bene...

A quando il tuo secondo romanzo? Ci stai già lavorando? Soffrirai di ansie da prestazioni anche letterarie, visto il clamore della tua opera prima?

Per evitare le ansie e il clamore, ho finito di scrivere il mio secondo romanzo un mese prima che uscisse il primo. Sarà il vero romanzo reality e forse l'ultimo libro che pubblicherò, ma non me ne frega niente.

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domenica, 25 maggio 2008

I finalisti del Premio Berto

 

Francesco Ceccamea con Silenzi vietati (Avagliano), Benedetta Cibrario con Rosso vermiglio(Feltrinelli), Paolo Giordano con La solitudine dei numeri primi (Mondadori), Vincenzo Latronico con Ginnastica e rivoluzione (Bompiani) e Veronica Raimo con Il dolore secondo Matteo (minimum fax) sono i cinque finalisti della XX edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto opera prima, promosso dalle Città di Mogliano Veneto (Tv), paese natale del grande autore, e di Ricadi (Vv), sua terra adottiva, dove il 7 giugno si svolgerà la kermesse di premiazione, secondo la consuetudine di alternanza di sede tra le due città.E’ questo il risultato a cui è arrivata la Giuria, composta da critici letterari, scrittori e giornalisti, tutte figure di spicco del panorama culturale italiano, quali Giuseppe Lupo (presidente), Mario Baudino, Goffredo Buccini, Andrea Cortellessa, Paolo Fallai, Laura Lepri, Giorgio Pullini, Marcello Staglieno e Gaetano Tumiati, dopo aver esaminato 160 opere prime.Da quando fu istituito nel 1988, il Berto ha l’obiettivo di incoraggiare gli esordienti, sostenendoli nel lancio della loro opera prima e affiancandoli, se possibile, nel momento più difficile: la progettazione del secondo romanzo. Nel corso della sua storia, il concorso ha infatti avuto il merito di aver premiato scrittori che in seguito si sono affermati, diventando noti ai più come Luca Doninelli, Sandro Onofri, Francesco Piccolo, Elena Stancanelli e lo stesso Giuseppe Lupo, oggi presidente della Giuria dei Letterati, nonché Hamid Ziarati che, premiato nel 2006, è balzato alle attenzioni delle cronache mediatiche come caso editoriale innovativo per aver scritto, straniero (Ziarati è nato a Teheran nel 1966 e si è trasferito a Torino nel 1981), il suo primo romanzo – Salam maman (Einaudi, 2006) - direttamente in lingua italiana.E proprio per rafforzare il suo ruolo legato alla valorizzazione di talenti sconosciuti, dopo cinque anni, il Berto è tornato italiano. Decade così, a partire da questa XX edizione, la sezione di narrativa straniera per investire tutto sull’italiana con un premio di ben euro 7500.00, tra i più alti in Italia, e l’introduzione di un riconoscimento economico di euro 2000.00 per i classificati dal 2° al 5° posto.L’altro obiettivo del concorso letterario è ricordare la figura sempre attuale dello scrittore e dell’uomo Giuseppe Berto di cui, quest’anno, ricorre il 30° Anniversario dalla morte, avvenuta a Roma il 1° novembre 1978, anno in cui fu pubblicato da Mondadori il suo ultimo capolavoro La Gloria, rivelatosi allora un autentico successo di pubblico con 6 edizioni in pochi mesi.Anticonformista, capace di andare sempre alla ricerca della libertà individuale e dei diritti civili, “Bepi” era un intellettuale libero da pregiudizi, da mode e da sottomissioni a consorterie, scuole, gruppi. Conseguì il pieno successo nel 1964 vincendo con Il male oscuro il Viareggio e il Campiello. Un traguardo che si era conquistato da solo, con impaziente determinazione, nei due decenni precedenti. Basti citare Il cielo è rosso del 1947; l’opera letteraria che, insieme a Cristo si è fermato a Eboli, meglio disegna l’Italia dell’epoca.Anche il racconto dei luoghi appartenuti a Berto è un modo per rievocare il grande autore: Mogliano Veneto (Tv), suo paese d’origine; Roma, dove trascorse gran parte della propria vita professionale e artistica, e Capo Vaticano (Vv), la terra adottiva che tanto ha amato. Scrisse Berto della Calabria: «(…) un giorno qualsiasi, in un luogo qualsiasi, quando mi sembra di averlo già definitivamente ammazzato, ecco che quest’amore torna all’improvviso e nel modo più subdolo, cioè, approfittando del fatto che spesso si è stanchi della pioggia o del freddo che dura sei mesi l’anno, e infastiditi di vivere in mezzo a tanta gente e a tanto frastuono. Allora mi basta ricordare il colore del mare, l’aspetto di una terra, il vento di scirocco che proviene dall’Africa, i mandorli che fioriscono a gennaio, una ragazza che raccoglie olive, un contadino vestito di nero, una donna che cammina portandosi un’anfora sulla testa; e subito mi riprende il bisogno di correre giù, dove, si capisce, di nuovo rapidamente mi sazio (…)». Appuntamento quindi in Calabria, a Ricadi (Vv), il 7 giugno 2008, per la proclamazione del vincitore della XX edizione del Premio Letterario Giuseppe Berto opera prima.

 

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venerdì, 16 maggio 2008
Domenica 11 aprile 2008 by Antonio Ligato.
"Francesco Ceccamea, Silenzi vietati"
Caro professore ti scrivo, anzi ti invio una e-mail; ma si! Te ne invio più di una. Diciotto e-mail inviate da Francesco Ceccamea al suo vecchio professore di
Italiano, quel Massimo Onofri, affermato critico letterario e stimato docente universitario a Sassari, ma prima ancora professore all'Itc di Vetralla (VT),scuola frequentata dallo stesso Ceccamea. Quelle lettere elettroniche, sono adesso diventate un libro: "Silenzi vietati", pubblicato da Avagliano Editore srl per i tipi della Società tipografica romana di Pomezia, (marzo 2008, pagine 220, € 13,00). Trattasi, in fondo, di un insolito aggiornamento del romanzo epistolare di stampo ottocentesco e della finzione letteraria che gli è sottesa.
Ovviamente, non si legge alcuna risposta da parte del docente destinatario delle e-mail, autore come è noto del libro"Sensi Vietati" che il Ceccamea mutua, ironizzando nel titolo del suo romanzo.
Ma cosa aveva da raccontare l'autore di così importante al suo ex maestro?
Racconta, Francesco, racconta della sua famiglia, della madre, del padre,della sorella, della nonna e di alcuni compaesani: personaggi, quindi, in carne e ossa
che attraversano le righe del romanzo, intrecciando le loro vicende con la detestata quotidianità della provincia, con la disastrosa educazione sentimentale e sessuale del giovane Francesco,con le sue vane sedute psicoanalitiche e con le sue numerose delusioni, Il tutto,giocato su un linguaggio ameno, divertente, ironico e molte volte tagliente.
Alcune e-mail suscitano l'allegria del lettore, laddove emerge il quadretto familiare: il padre infermiere con il pallino della caccia, la madre casalinga dal passato non bello che, forse, anzi senza forse, cerca di redimersi puntando tutto sulla devozione ai santi ai quali dedica le sue preghiere del mattino. E poi, c'è la nonna severa e una sorella che non è uno stinco di santo, alla quale Francesco, non rivolge da anni la parola. Un mondo che è icona attendibilissima della tipica famiglia della provincia italiana,con i suoi scheletri nell'armadio e le sue debolezze, ma tuttavia, sempre presente. Epperò, c'è Francesco al centro del romanzo, che rimane alquanto deluso da un corso di scrittura creativa tanto che, decide di non frequentarlo più. Da qui inizia la "confessione" di Francesco sulla sua stessa vita: " Io sono e sarò niente. Quando ho capito che stavo morendo, come morite voi, come continuate a morire, ho deciso di fermarmi. E' stata tale la paura che non ho potuto fare altro che fermarmi e rimanere così." Si leggerebbe come la rassegnazione di un "vinto". Eppure, Francesco, nelle sue folli e-mail racconta la verità. Il suo grido disperato non riguarda soltanto lui, ma un'intera generazione che ha ormai smesso di aver fiducia nel futuro e che non ha più riferimenti culturali a cui aggrapparsi. Comunque, è interessante sapere che, intorno a questo libro che segna l'esordio di Francesco Ceccamea, nel panorama letterario italiano, si comincia a parlare e scrivere con un certo interesse. Lidia Ravera, ad esempio, lo ha definito un "reality-book". Mentre, lo stesso Massimo Onofri, l'interlocutore "muto" delle e-mail ceccameane, rispondendo, finalmente, al suo ex allievo, definisce il libro come "il primo romanzo-reality show della narrativa italiana".
Insomma, una bella soddisfazione per questo giovane "radicato" nella sua terra d'origine che, con questa sua opera prima, squarcia i silenzi che tendevano
a soffocarlo.
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giovedì, 15 maggio 2008

ESORDI FRANCESCO CECCAMEA

Nel «reality letterario» spunta il critico Onofri

 

 

«La lettura mi piace, meno che lavarmi, ma quasi quanto masturbarmi... E, come per la masturbazione, dopo averlo fatto mi sento diverso, non so se migliore o peggiore, ma diverso». Così scrive Francesco Ceccamea, una biografia che sembra fatta per stare in una quarta di copertina (nato a Vetralla nel ' 78, diplomato in ragioneria, ha lavorato in un' agenzia di pompe funebri e poi come «segretaria» in un laboratorio di analisi, quattro anni di università e zero esami), un esordio narrativo che non si allontana mai dal suo ombelico, ma che mostra una grande originalità. E non solo per la struttura del libro, una serie di email inviate al suo vecchio professore, che guarda caso è Massimo Onofri, oggi docente universitario e brillante critico, protagonista di episodi, riflessioni, sogni dell' autore (nei quali a volte vanno insieme a transessuali, altre seppelliscono qualcuno, altre ancora fuggono dal critico Arnaldo Colasanti). Qui tutti, protagonisti e comprimari, hanno nomi e cognomi in una sorta di «reality letterario» come lo ha definito lo stesso Onofri, che ha seminato lo scompiglio a Vetralla e dintorni, ma il racconto, a tratti esilarante, mette in scena il simbolo di una generazione sospesa tra disperazione e consapevolezza. L' impotenza sessuale dell' autore è lo specchio di una mancanza di attitudine alla vita incoraggiata da una società che ha chiuso le porte ad ogni aspettativa. Ceccamea la analizza, la sviscera (famiglia, scuola, psicologo), ci ride sopra, forse si sblocca. E l' unica curiosità che rimane sono le risposte del professore. FRANCESCO CECCAMEA Silenzi vietati AVAGLIANO PP. 220, 13

Taglietti Cristina

Pagina 46
(23 aprile 2008) - Corriere della Sera

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giovedì, 15 maggio 2008

In un bellissimo saggio (La potenza del falso, Donzelli, 2004), Arturo Mazzarella scrive che il “processo di formazione della realtà si congiunge puntualmente con la deformazione della realtà medesima” e cita in proposito Novalis, Borges e soprattutto Paul Valéry, con la sua Piccola lettera sui miti in cui si legge: “il falso sia di sostegno al vero e il vero si dia il falso per antenato, per causa, per autore, per origine, e per fine, senza eccezione né rimedio – e il vero generi quel falso da cui pretende d’essere a sua volta generato”.

Realtà e finzione sono dunque complementari in letteratura, inscindibili, un’endiadi e non un ossimoro.
La lezione sembra ben chiara a Francesco Ceccamea - classe 1978, nato e cresciuto a Vetralla (Viterbo), professione “segretaria” – che nel suo libro d’esordio, Silenzi vietati (Avagliano) porta alle estreme conseguenze questo assioma e sforna il primo reality letterario, com’è stato definito da Massimo Onofri, il noto critico letterario che è anche un personaggio del libro.
 
In pratica Silenzi vietati è un romanzo epistolare moderno, costituito dall’insieme delle e-mail inviate nell’arco di un anno, dal giovane Francesco al suo vecchio professore d’italiano, Massimo Onofri appunto. In questa corrispondenza, a senso unico, perché Onofri non risponde mai alle e-mail, Francesco dà vita a un monologo intenso, vibrante, divertente; una specie di confessione-fiume in cui oltre a sfogare le proprie frustrazioni e i turbamenti legati al rapporto con l’altro sesso, la famiglia, gli amici, la letteratura, Francesco fa nomi e cognomi di gente nota e meno nota, altri critici letterari, giornalisti, scrittori, vicini di casa, compagni di scuola, curiosi personaggi della provincia viterbese. Racconta di sé, delle sedute con il suo psicologo un po’ sopra le righe, degli scarsi e disastrosi approcci con le ragazze, della masturbazione che pratica con grande soddisfazione, delle fantasie incestuose su sua madre, e mentre scrive del marasma che lo circonda cerca di ordinarlo, di venirne a capo, di domarlo, senza risultato.
 
La scrittura di Ceccamea - in cui la velocità dell’espressione orale si mescola alla ricercatezza della parola scritta - spietata, vigorosa, venefica ribalta l’assunto ombelicale per cui scrivere dovrebbe essere meglio di una seduta psicanalitica, e si libera dagli spazi angusti della mera autobiografia, sia perché crea un cortocircuito finzionale che identifica il suo lettore ideale che ha carne e ossa, presupponendo quindi un pubblico reale e ben preciso, e soprattutto perché non inventa nulla, non trasfigura la verità, non crea la materia di cui parla, ma la plasma rigenerandola, come un abile artigiano.
 
Ed è bravo poi a sfuggire all’intimismo e al maledettismo che affliggono gran parte degli esordi letterari nostrani e allo stesso tempo a rifiutare l’onanismo intellettuale, così come strenuamente pratica invece quello sessuale. Non c’è redenzione, non c’è speranza, non c’è rimedio: i problemi di Francesco sono insormontabili, personalissimi, reconditi e forse anche genetici, eppure emergono prepotentemente dalla pagina e delineano la figura di un giovane come ce ne sono tanti, forse meno sensibili e meno consapevoli, ma tutti allo stesso modo piegati dal peso del mondo.
Mentre crocifigge se stesso sulla pubblica piazza, Ceccamea stigmatizza i vizi dell’intera provincia italiana e dell’ancora più provinciale vita culturale del paese.
 
La vita dell’autore, spiattellata in una manciata di pagine virtuali, diventa così letteratura, un’opera iperrealista. O meglio, la realtà filtrata dalla sua ironia (e dalla sua autoironia) pungente  diventa più vera del vero, tanto da sembrare pura finzione, ficta e quindi irrimediabilmente letteraria: ed è buona letteratura, come se ne vede poca nei romanzi dei nostri esordienti.  
 
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giovedì, 15 maggio 2008

Intervista a Francesco Ceccamea

pubblicato: martedì 13 maggio 2008 da Giammarco Raponi in: blog&web scrittori interviste apocalittiche narrativa italiana

Silenzi Vietati di Francecsco Ceccamea è stato ben accolto dalla critica, e anche noi abbiamo avuto modo di parlarne con un certo entusiasmo, al punto che non abbiamo potuto fare a meno di rivolgergli alcune domande.

Una domanda scontata, ma nel tuo caso sembra inevitabile: come nasce Silenzi Vietati?
Silenzi Vietati nasce per caso. Parte tutto da una mail che ho inviato a Massimo Onofri, grande critico letterario, nonché mio ex-professore di Italiano alle scuole superiori. In genere al Prof. mandavo racconti su persone che muoiono di tumore con allegate richieste di trovarmi un lavoro da qualche parte a Sassari, ma quella sera ero più depresso del solito e avevo bisogno di sfogarmi con qualcuno. E così ho mandato questa mail. Non pensavo che Onofri mi avrebbe risposto. In genere non lo faceva quasi mai, e invece lui mi ha telefonato tutto euforico per dirmi che la mail l’aveva divertito così tanto che gli era quasi venuto un attacco d’asma, non gli venivano attacchi d’asma dai tempi del liceo e tutto questo l’aveva fatto sentire più giovane. Io non volevo farlo ridere, ero serissimo, quasi disperato, ma per lui la mail era l’irresistibile primo capitolo di un romanzo. Mi ha chiesto di mandargliene delle altre sullo stesso tono e con la stessa ironia. Io ho eseguito gli ordini, lui ha fatto il resto.

Dal punto di vista strutturale, il tuo libro ha subito attirato l’attenzione, alcune definizioni: “reality-book” è di Lidia Ravera; “il primo romanzo reality show” è dello stesso Massimo Onofri; “romanzo di sformazione” è di Baudino; Camon pure ne ha parlato bene. Tu cosa ne pensi?
Come definizione terrei quella di Baudino, le altre non mi convincono. Il mio romanzo non è un Reality e credo che mettere questa parola accanto al libro abbia allontanato parecchi lettori. Io non comprerei nulla che venga definito Reality, neanche se morissi di fame e mi venisse offerto un Reality Burger o una Reality Pizza. Certo, l’interessamento da parte della critica ha commosso mio padre, e anche io sono molto contento: leggere articoli così positivi di Camon, la Ravera, Baudino, Giovanardi e altri nomi illustri mi ha reso felice e ogni loro tentativo di definire qualcosa che io stesso fatico a comprendere va bene, ci mancherebbe. Ma quello che più mi fa stare bene è che Onofri stravede per me. Lei lo sa che critico meraviglioso ma anche spietato e terribile è Massimo Onofri? E’ l’incubo degli scrittori italiani. E invece mi adora. Cavolo, è come far innamorare di te Richard Gere, dal punto di vista maschile può essere inquietante, ma la mia parte femminile ne resterebbe comunque lusingata.

Com’è che Francesco-protagonista-del-libro ha così tanti problemi con l’altro sesso e il sesso in generale?
Per colpa di sua madre. O almeno così sostiene lo psicologo, che per quanto sia il personaggio più grottesco del libro e il più detestato da chi l’ha letto, almeno è il solo che prova a tentare di capirci qualcosa. Alcuni ragazzi sono venuti a cercarmi dopo aver letto Silenzi Vietati, ma non per insultarmi, (o meglio, ci sono stati anche quelli), volevano solo dirmi che anche loro hanno problemi come quelli del protagonista. Comunque non avere una vita sessuale non è il peggiore dei problemi. Nel prossimo libro Francesco i problemi con il sesso li risolve, ma proprio per questo si caccia in casini peggiori.

Il suo sguardo sulla vita, si potrebbe definire uno sguardo al femminile?
Può essere. Io so solo che alle donne è piaciuto tanto. Ci sono delle mamme che impazziscono per Silenzi Vietati. Una signora mi ha detto una cosa molto carina, qualche giorno fa. Ha detto che se tutti gli uomini ragionassero come il protagonista del libro, le donne risolverebbero il 90 per cento dei loro problemi e di conseguenza anche gli uomini risolverebbero i loro problemi con le donne. Mica male, no?

Credi che Francesco-protagonista, con tutte le sue frustrazioni e la sua rabbia, rappresenti la sua geneazione?
No, almeno spero. Francesco è un ragazzo di 28 anni che vorrebbe fare lo scrittore e che ha una paura tremenda delle donne, il suo pene non si drizza, ma non solo con l’altro sesso, non reagisce davanti a nessuno degli stimoli che la società e i media gli mettono nel piatto. È vergine ed è terrorizzato dal mondo. Vive ancora con i suoi genitori e non esce quasi mai di casa. Sogna di avere rapporti sessuali con sua madre e con quasi tutte le ragazze che incontra, ma è così timido e complessato che non riesce neanche ad aprire bocca davanti a una di loro. Se la mia generazione fosse tutta così rischieremmo l’estinzione. Tanti si sono riconosciuti nei problemi di Francesco e anche io, al punto di avergli dato il mio nome e il mio cognome, avergli prestato mia madre, mio padre e mia sorella e riempito la testa delle mie perversioni e dei miei segreti più intimi. Non lo so, trovo che in fondo non sia unico, anche se lui è convinto di esserlo. Chi ha letto il libro da ragione a me.

Una curiosità, ce l’ha fatta Francesco a uscire con la ragazza del bar come pretendeva lo psicologo?
Io spero di sì.

Come l’ha presa la tua famiglia? e hai riallacciato i contatti con tua sorella?
Quando ho scritto questo libro ero certo di dovermi preparare a una specie di piccola apocalisse. Ho immaginato di essere cacciato di casa dai miei, qualche denuncia dai parenti, critiche e insulti da tutte le parti e per finire mi vedevo al Maurizio Costanzo o a Buona Domenica. Invece ho ricevuto un sacco di complimenti, gente che si è commossa, qualcuno mi ha dato libero accesso ai suoi diari chiedendomi di raccontare la sua storia, non meno comica e disperata di quella di Francesco, e Costanzo non mi ha ancora chiamato, anche se io spero tanto che lo faccia.
Mia madre ha detto che leggere Silenzi Vietati l’ha fatta sentire riconciliata con se stessa. Mio padre gira per il paese sbandierando in faccia a tutti gli articoli che sono usciti sul mio libro. Mia sorella e io abbiamo fatto la pace. Il litigio era una mia invenzione, ma ci è toccato simulare una riconciliazione se no da tutte le parti continuavano a chiederci di fare i bravi e smetterla di litigare. Sono arrivate anche le critiche, ma poche e quasi tutte volte a esaltare un aspetto di Silenzi Vietati che né io, né Onofri, né Camon o tutti gli altri meravigliosi critici hanno saputo rilevare nelle loro attente e brillanti analisi: Silenzi Vietati è anche un portentoso rimedio contro la stitichezza. E una volta che ci si è liberati le viscere, lo si può anche utilizzare per pulirsi il sedere. Quindi oltre a un Reality Book, Silenzi Vietati può essere visto come uno Shit Book, ovvero un Kit lassativo fenomenale. Naturalmente non sottoscrivo nemmeno questa interpretazione del mio libro. A me piace quello che dice Baudino. Questo è un romanzo di “sformazione”

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giovedì, 15 maggio 2008

Il male di vivere spiegato via e-mail - Stefano Giovanardi

Silenzi vietati di Francesco Ceccamea Avagliano Pagg. 220 |euro 13 è una raccolta di e-mail, quella che il trentenne esordiente Francesco Ceccamea consegna alle stampe in Silenzi vietati: e-mail senza risposta, lunghe o lunghissime, tutte con uno stesso destinatario, che è poi Massimo Onofri, noto critico militante nonché professore all' Università di Sassari. Prima di divenire tale, però, Onofri aveva insegnato italiano in un istituto tecnico commerciale di Vetralla, in provincia di Viterbo, dove aveva avuto fra i suoi alunni proprio Ceccamea. Il quale ora gli riversa addosso uno stralunato monologo sul suo provinciale male di vivere, tanto logorroico quanto spesso esilarante, tanto in apparenza svagato quanto pronto a vivisezionare con estrema lucidità pulsioni, complessi e stati d' animo. Il Moloch dello scrivente è la sua astinenza sessuale, dovuta a una patologica timidezza nei confronti dell' altro sesso e a una diabolica capacità di procurare alibi razionali alla sua inscalfibile inazione. A niente vale la frequentazione di un improbabile psicologo molto più a suo agio nei panni di un segretario galante (e dettagliatissimi resoconti delle sedute vengono ammanniti all' incolpevole Onofri), a niente il tentativo tragicomico di penetrare nei recessi dei nodi psichici indotti dalla famiglia e dall' ambiente. Il romanzo epistolare si apre e si chiude sulla stessa desolata situazione, senza alcun progresso o evento anche minimo che possa almeno in parte mutarla. Ma la propagazione secondo cerchi concentrici sempre più ampi dei monologhi di Ceccamea svela a poco a poco un' infinità di rivoli narrativi, sostenuti da un' implacabile autoironia e da un risentito sarcasmo nei confronti di una provincia tanto miope e incosciente e insopportabile, quanto in definitiva impossibile da abbandonare. Un esordio molto promettente, al di là di qualche lungaggine e qualche battuta troppo facile, soprattutto per la freschezza e la duttilità della scrittura.
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giovedì, 15 maggio 2008

Silenzi vietati, di Francesco Ceccamea

pubblicato: venerdì 25 aprile 2008 da Giammarco Raponi in: blog&web scrittori recensioni opinioni narrativa italiana

Questa volta la novità non arriva da New York o Londra o Parigi, no, questa volta arriva da Vetralla, provincia di Viterbo. Lui si chiama Francesco Ceccamea, titolo del libro: Silenzi vietati, edito da Avagliano.

Il titolo fa il verso a uno dei testi di Massimo Onofri, Sensi vietati (Gaffi, 2006). E non è un caso, perché il libro di Ceccamea è un romanzo epistolare costituito da e-mail indirizzate proprio ad Onofri che, prima di diventare professore all’Università di Sassari e noto critico letterario, era suo docente alle superiori, all’Itc di Vetralla.

Innanzitutto, precisiamo che i protagonisti del romanzo sono persone in carne e ossa: madre, padre, sorella, nonni e alcuni personaggi del paese; così come lo è naturalmente Mssimo Onofri che assume una doppia funzione: di lettore ideale e destinatario reale.

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Al centro del libro, però, c’è soprattutto lui, Francesco che rimane piuttosto deluso da un corso di scrittura creativa e alla fine decide di non andarci più: «Ma chi se li fotte? Io non torno più a scuola». Ma è solo l’inizio di una lunga confessione che ha per oggetto la sua stessa vita: la famiglia, la detestata vita di provincia, e poi il suo disastroso rapporto con il sesso. Ebbene sì, Francesco ha ventotto anni e al suo unico tentativo con le donne ha pure fallito.

Decide, insieme alla famiglia, di andare a raccontare tutto ad uno psicologo che, diciamo così, non eccelle nella sua professione, e Francesco non si evita certo di farceli notare. In ogni caso, Francesco si sottopone alle sedute in cui vengono fuori gli altarini. Il Nostro, è chiaro, non ha avuto una vita sessuale particolarmente densa, ma sul piano della masturbazione riesce ad eccitarsi nei modi più strani: biciclette senza manubrio, per esempio, i vestiti e, soprattutto, i collant della madre che in questa funzione non hanno rivali.

Be’, in apparenza la soluzione sarebbe facile da attuare: basterebbe invitare a cena una qualsiasi ragazza, anche quella ragazza del bar in cui fa colazione tutte le mattine prima di andare a lavoro. Ma è complicato: lei è fidanzata da una vita, e poi a Francesco manca la giusta dose di fiducia in se stesso per fare una cosa del genere. L’unica cosa che riuscirà a fare, sarà regalarle La settimana enigmistica.

Lo psicologo lo costringerà per tutto il libro a immaginare come potrebbero andare le cose se lui, una volta tanto, si decidesse a invitarla a cena fuori. Ma la parte più interessante, più divertente, è la famiglia: un padre infermiere fissato con la caccia, una madre casalinga, con alle spalle un passato non proprio piacevole, fissata invece con Padre Pio, che la mattina si alza alle cinque per pregare e gli unici suoi viaggi li ha compiuti nei vari santuari sparsi per la penisola. E poi c’è una nonna arcigna e una sorella scapestrata cui non rivolge la parola dal 2006. Insomma, la famiglia della provincia italiana, con i suoi demoni e le sue debolezze, ma tutto sommato sempre presente.

Intorno a questo libro d’esordio, e la sua strutturazione, si sta creando un certo interesse: in un articolo su L’Unità (09/04/’08) Lidia Ravera lo ha definito un reality-book, lo stesso Massimo Onofri (La Stampa-Tuttolibri 19/04/’08), rispondendo al suo ex-allievo, definisce il libro come «il primo romanzo-reality show della narrativa italiana». Insomma, sta nascendo un caso editoriale intorno a Silenzi vietati, ma forse la definizione, a mio avviso, più giusta l’ha azzeccata Mario Baudino su La Stampa (27/03/’08) che lo definisce un romanzo di «sformazione».

La trovo calzante, perché nonostante Ceccamea usi un linguaggio divertente, corrosivo, tagliente ai limiti della crudeltà, c’è dietro un grido di disperazione che non riguarda solo il protagonista, ma purtroppo un’intera generazione, e in questo ha ragione la Ravera, che ha ormai smesso di aver fiducia nel futuro, che non ha più riferimenti culturali. Francesco, e la generazione cui appartiene, non vuole essere ingannato per l’ennesima volta, e non ha alcuna voglia di ingannare nessuno. Tantomeno se stesso.

postato da: francescocecca alle ore 13:28 | Permalink | commenti
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